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CANTO DECIMOQUINTO

Il ritorno



ALLEGORIA

Adone che, dopo i disturbi di molte persecuzioni, si riconduce finalmente a Venere, ci dichiara che l'uomo abituato nel peccato, ancorché talvolta per alcun tempo impedito da qualche travaglio si distorni dal male, facilmente per ogni picciola tentazione ritorna all'antica consuetudine. Il giuoco degli scacchi ci fa conoscere i passatempi e le dilettazioni con cui lo va trattenendo la voluttà per desviarlo dal bene, lequali nondimeno non sono altro che combattimenti e battaglie. La trasformazione di Galania in tartaruga ci rappresenta la natura di questo animale, ch'è molto venereo.



ARGOMENTO
Scopre al suo vago con astuto ingegno
Cipria i passati casi; il mena al loco
de' primi amori, indi a Galania in gioco
muta la forma, a lui promette il regno.

1

In quest'Egeo, dov'ha Fortuna il regno,
di procelle guerriere instabil campo,
benché non scopra il combattuto legno
di pacifica stella amico lampo,
non diffidi giamai costante ingegno
d'agitato nocchier di trovar scampo,
ma speri pur da destra luce scorto
di prender terra e ricovrarsi in porto.

2

La calma ala tempesta alfin succede,
cedono alfin le nevi ale viole,
segue la notte il chiaro giorno e riede
dopo le nubi e le tempeste il sole.
Spesso del pianto è la letizia erede,
così stato quaggiù mutar si suole;
con tai leggi natura altrui governa
e le vicende sue nel mondo alterna.

3

Dopo molto girar, mobil compasso
chiude al punto le linee e le congiunge.
Da lungo corso affaticato e lasso
il destriero anelando al pallio giunge.
Arriva al fonte con veloce passo
cerva, cui stral acuto il fianco punge.
E vien tra noi dal'africano lido
rondine vaga a ricomporre il nido.

4

Dal duro essilio suo contenta e lieta
torna al'orbe natio la fiamma lieve.
Torna da' giri suoi l'onda inquieta
nel gran ventre del mar che la riceve.
Ritorna al centro ove 'l suo moto ha meta
a gran fretta correndo il sasso greve.
Ed ala patria ove 'l suo cor soggiorna,
d'errar già stanco, il peregrin ritorna.

5

Alcun non sia però ch'unqua si vanti
d'aver tanta a sentir gioia nel core,
che passi quella de' fedeli amanti
quando talor gli ricongiunge amore,
e nebbie e pioggie di sospiri e pianti
sgombrando col seren del suo splendore,
di lontana beltà guida e conduce
anima cieca a riveder la luce.

6

Con quell'affetto e 'n quella stessa guisa
che dietro al maggior cerchio il ciel si gira,
o che di serpe suol parte recisa
unirsi al capo che la move e tira,
con quel desio sen corre alma divisa
al dolce oggetto ond'ella vive e spira,
che calamita a polo ha per costume,
augello ad esca o farfalletta a lume.

7

Tempo fia dunque in braccio al caro bene,
o bell'Adon, da ricondurti omai,
che l'un e l'altro fra tormenti e pene
ha sospirato, ha lagrimato assai.
Prepara i vezzi, ecco ch'a te se 'n viene,
rasciuga, o dea d'amor, gli umidi rai.
Chi dirà che fruttar possano i semi
degli estremi dolor diletti estremi?

8

Del palagio del ciel ricco e lucente
chiuse l'auree finestre eran già tutte,
salvo quella ch'aperta in oriente
rimane infin che sien l'ombre distrutte;
dove le bionde chiome al dì nascente,
ancor non ben dela rugiada asciutte,
Vener bella s'acconcia e restar suole
indietro alquanto a gareggiar col sole,

9

quando dala dolcissima canzone
svegliato alfin del rossignuol selvaggio,
che lieto al rimbambir dela stagione
salutava d'Apollo il primo raggio,
le pompe a vagheggiar si pose Adone
del dì novello e del novello maggio,
or quinci or quindi a contemplar rapito
il terreno stellato e 'l ciel fiorito.

10

Erano già per man di primavera
d'odorate ricchezze i campi adorni,
allor che 'n tauro la maggior lumiera
men brevi adduce e più sereni i giorni;
Progne, e tu del bel tempo messaggiera
le dolci case a far tra noi ritorni,
e 'l cristallino piè ch'a' fiumi avea
Borea legato, Zefiro sciogliea.

11

Fuggon per l'erba liberi i ruscelli
poiché 'l sol torna a delivrare il gelo.
Van tra i folti querceti i vaghi augelli
disputando d'amor di stelo in stelo.
Treman l'ombre leggiere ai venticelli
ch'empion d'odori il disvelato cielo
e scotendo e 'ncrespando i rami e l'onde
si trastullan con l'acque e con le fronde.

12

Di naturali arazzi intapezzato
riveste ogni giardin spoglie superbe,
né d'un sol verde si colora il prato
ma diverso così come son l'erbe.
A bei fiorami il verde riccamato
lava e polisce le sue gemme acerbe,
ch'ala brina ed al sol formano apunto
quasi di Lidia un serico trapunto.

13

Apre le sbarre e 'l caro armento mena
il bifolco a tosar l'erba novella.
Scinta e scalza cantando a suon d'avena
sta con l'oche a filar la villanella.
Scherzando col torel per l'ombra amena
va la giovenca e col monton l'agnella.
Su per lo pian che Flora ingemma e smalta
con la damma fugace il danio salta.

14

Langue anch'egli d'amor l'angue feroce
e, deposta tra' fior la scorza antica,
dov'amor più che 'l sol lo scalda e coce
ondeggia e guizza per la piaggia aprica.
I fischi e i fiati onde spaventa e noce
cangia in sospir per la squamosa amica,
l'acuta lingua e la mordace bocca
in saetta d'amor che baci scocca.

15

Ma vie più ch'altri Adon, possente e fiero,
sente l'ardor ch'a vaneggiar l'induce;
e mentr'è il cielo ancor candido e nero
tra i confini del'ombra e dela luce,
tenendo al'idol suo fiso il pensiero
volge l'occhio a colui che 'l dì conduce
e, quasi in specchio, con lo sguardo vago
raffigura nel sol l'amata imago.

16

Quindi dal duolo ador ador spezzati
incomincia a sgroppar flebili accenti,
né de' caldi sospiri innamorati
gli escon del cor con minor forza i venti
che del mantice uscir sogliano i fiati
a dar vigore ale fornaci ardenti,
anzi par che sfogando i suoi gran mali
l'anima istessa co' sospiri essali.

17

– Ahi! che mi val (dicea) che 'l mondo infiori
la bella primogenita del'anno?
o che spuntin dal cielo i lieti albori,
se per me non rinasce altro ch'affanno?
ridano i prati e cantino i pastori,
me di lagrime pasce un fier tiranno,
e fan verno perpetuo i miei tormenti
d'amare pioggie e d'angosciosi venti.

18

Il sol che porta a' miei trist'occhi il giorno
non è già questo che levarsi or veggio,
seben nel volto suo di luce adorno
d'altra luce maggior l'ombra vagheggio.
Parta, o partito poi faccia ritorno,
ben altro lume ale mie notti io cheggio.
Chi crederia che più lucente e bella
m'è del'alba e del sol sol una stella?

19

Sorgi stella d'amor, fiamma mia cara,
dolce vaghezza mia, dolce sospiro.
L'ombre del'orizzonte omai rischiara,
ma più quelle ov'io cieco ognor m'aggiro.
Sarai sì di pietate in terra avara
come larga di luce in ciel ti miro?
Miri tu la mia pena e 'l mio dolore?
o da me, come l'occhio, hai lunge il core?

20

Deh! perché le bell'ore indarno spendi
per governar d'un'aureo carro il freno?
Che ti giova il piacer che 'n ciel ti prendi
d'errar per lo notturno aere sereno?
Lascia le vane tue fatiche e scendi
omai tra queste braccia, in questo seno.
Vedrai ch'al tuo venir quest'antri foschi
fieno orienti e paradisi i boschi.

21

Boschi, d'amor ricoveri frondosi,
de' miei pensieri secretari fidi,
taciturni silenzi, orrori ombrosi
e di fere e d'augei caverne e nidi,
con voi mi doglio e tra voi, prego, ascosi
restin questi sospiri e questi gridi;
né fia ch'alcun di lor quel ciel percota,
che lieto del mio mal, credo, si rota.

22

Fontane vive, che di tepid'onde
largo tributo da quest'occhi avete
e voi, ch'altere insu le verdi sponde
mercé de' pianti miei, piante crescete,
seben l'acque asciugar, seccar le fronde
a tante, ch'ho nel cor, fiamme solete,
voi sol de' miei dolor, mentre mi doglio,
ascoltatrici e spettatrici io voglio.

23

E tu ch'afflitto degli afflitti amico,
solitario augellin, sì dolce piagni,
o che la doglia del tuo strazio antico
languir ti faccia o che d'amor ti lagni,
ferma pietoso il volo a quant'io dico
né sdegnar che nel duolo io t'accompagni,
che se 'l mio stato al tuo conforme è tanto
ragion è ben che sia commune il pianto. –

24

Più oltre ancor de' suoi lamenti il corso
l'innamorato giovane seguia
ch'un marmo, un ghiaccio, un cor di tigre e d'orso
intenerito, incenerito avria.
Ma pose il duolo ala sua lingua il morso
ché, sgorgando dal cor per altra via,
mentre ala lingua il pose, agli occhi il tolse
e 'n desperate lagrime lo sciolse.

25

Or, perché 'l sol già poggia e i poggi inaura,
lascia i riposi del'erboso letto
e prende a passeggiar per la fresc'aura
del rezzo mattutin tutto soletto.
Di nova speme, allor che lo restaura,
un certo non so che sentesi al petto,
quasi un balen di tenerezza dolce
gli scende al cor che lo rinfranca e molce.

26

Là dove il vago passo o fermi o mova
ogni erba ride, ogni arboscel s'indora;
ringermoglia la terra e si rinova
e quanto può le care piante onora;
spunta di rose amorosette a prova
schiera lasciva e le bell'orme infiora
e 'l piè fregiato di celeste lume
corre a baciargli e ne trae fiamme il fiume.

27

Se vibrando il seren de' duo zaffiri
ch'innamorano il ciel, volge la fronte,
prendendo qualità da' dolci giri,
lascia il bosco l'orror, la nebbia il monte.
Par che Favonio n'arda e ne sospiri,
par che ne pianga di dolcezza il fonte
e per dolcezza in copiosi rivi
stillan le querce mel, nettar gli olivi.

28

Ovunque o in valle ombrosa o in balza aprica
sedendo affreni i faticosi errori,
piega i rami ogni pianta e l'ombra amica
gli offre e di pomi il sen gli empie e di fiori,
per render forse a quel che la nutrica
terreno sole i tributari onori,
poich'ogni tronco prende ed ogni stelo
vigor dagli occhi suoi più che dal cielo.

29

In una croce che 'l sentier divide
e fa di molte vie quasi una stella,
per mezzo il bosco alfin pervenne e vide
quivi al'ombra posarsi una donzella.
Stanca tra fiori e languida s'asside,
brunetta sì, ma sovr'ogni altra bella;
ed al'abito estrano ed ale membra
del'egizzie vaganti una rassembra.

30

Senz'alcun taglio un pavonazzo in pelo,
che di verde e d'azzur le trame ha miste,
la veste, come veste iride in cielo,
d'un cangiante ingannevole ale viste.
Disovra un manto, anzi più tosto un velo,
ha di satì vergato a varie liste,
ch'ad un botton di variato oppalla
le s'attien per traverso insu la spalla.

31

La portatura dele chiome belle
s'increspa acconcia in barbareschi modi.
Quinci e quindi è distinta in due rotelle,
ond'escon molte sferze in mezzi nodi.
Sembran tele d'aragne e in mezzo a quelle
son d'acuto rubin fissi duo chiodi,
poi dele ciocche in cima al capo aggiunte
su le rote a passar tornan le punte.

32

Fanno ombroso diadema ai crini aurati
che 'n largo cerchio intorno si sospende,
pur di bei veli, a più color listati,
con spessi avolgimenti attorte bende.
Si divide la treccia e per duo lati
quasi in due lunghe corna al tergo scende.
E fregiata la cuffia è d'un lavoro
a rosette d'argento e stelle d'oro.

33

Giacea su 'l piumacciuol d'un violeto
lungo un ruscel freschetto e cristallino,
corcato quasi in morbido tapeto
un pargoletto e tenero bambino,
nela cui fronte sì giocondo e lieto
vedeasi scintillar lume divino,
che, benché il sonno gli occupasse il ciglio,
parea di madre tal ben degno figlio.

34

Era costei d'Amor la bella dea
che del suo caro Adon tracciava l'orme
e 'l bel fanciul che di dormir fingea
era quei ch'a suoi danni unqua non dorme.
Sconosciuta scherzar seco volea
sotto straniere e peregrine forme,
perché fusse il piacer dopo il dolore
quanto improviso più, tanto maggiore.

35

In arrivando Adon, dal capo al piede
la discorre con gli occhi a parte a parte
e l'aria signoril che 'n essa vede
loda e de' ricchi arnesi ammira l'arte.
Poi la saluta e la cagion le chiede
che l'ha condotta in sì remota parte.
Ed ella seco a riposar l'invita
là dove ingiunca il suol l'erba fiorita.

36

– Son di Menfi nativa (indi risponde)
barbara donna e per costume errante.
Filomanta m'appello e dale sponde
partii del Nil con quest'amato infante
perch'ir mi convenia, varcando l'onde,
alcun'erbe a raccor di sacre piante
e credea per lo torbido Ellesponto
passar a Colco e poi da Colco a Ponto.

37

Ma de' suoi flutti il tempestoso orgoglio
tragittommi pur dianzi a questo lido
e poiché 'l ciel m'ha qui guidata, io voglio
solver un voto ala gran dea di Gnido.
Piacemi intanto nel suo sacro scoglio,
poiché trovato v'ho scampo sì fido,
tra queste verdi ombrette affrenar lasso
peregrinante e vagabonda il passo. –

38

– O (disse Adon) quant'ebbi sempre o quanto
voglie di ragionar bramose e vaghe
con alcuna di voi, ch'avete tanto
celebre nome di famose maghe.
Odo che porta Egitto il primo vanto
dele più dotte femine presaghe,
che d'ogni caso altrui chiaro ed intero
san su la mano indovinare il vero.

39

Deh! se ne' patri tetti a prender posa
le tue piante raminghe il ciel raccoglia,
pregoti, aventuriera aventurosa,
che le venture mie spiegar mi voglia.
Né mi tacer qualunque infausta cosa,
benché sia per recarmi affanno e doglia.
Son sì avezzo a languir, che poco deggio
o nulla più temer quasi di peggio.

40

Fu chi mi disse astrologando ch'io
ho le fila vitali inferme e corte
e trovò ch'è prefisso al viver mio
su 'l fior degli anni un duro fine in sorte
e che per violenza un mostro rio,
una fera crudel mi darà morte.
Vedrò s'a que' pronostici malvagi
si conformano ancora i tuoi presagi. –

41

– Dela chiromanzia l'alta scienza
(la bellissima zingara rispose)
tien con l'astrologia gran conferenza,
sì perfetta armonia l'arti compose
per la scambievol lega e rispondenza
ch'han le terrene e le celesti cose,
e per la simpatia bella che passa
tra la sovrana machina e la bassa.

42

Ma perché i suoi principi ha più vicini,
del'altra i suoi giudici anco ha più certi,
procedendo da' prossimi confini
del corpo istesso umano i segni aperti,
onde d'investigar gli altrui destini
prendon notizia i chiromanti esperti.
L'esperienza poi con lunga cura
del'osservazion l'arte assecura.

43

Sette monti ha la man, ciascun de' quali
d'un pianeta del ciel l'imago esprime.
Ha quattro linee illustri e principali
corrispondenti a quattro membra prime.
In due la qualità de' genitali
e del fonte del sangue a pien s'imprime.
Dimostran l'altre due come costrutte
sien del capo e del cor le parti tutte.

44

Quindi altri poi considerar ben pote
d'ogni complessione e d'ogni ingegno
le tempre interne e le nature ignote,
infortuni e fortune a più d'un segno.
Né creda alcun che così fatte note
sien poste a caso in animal sì degno,
perché natura e 'l gran motor sovrano
nulla giamai nel mondo oprano invano.

45

Or al'opra son presta, e grata e lieve
mi fia per compiacerti ogni gran salma.
Porgi dunque la destra (ala cui neve,
disse seco pian piano, arde quest'alma)
e seben sempre essaminar si deve
in ciascun uomo e l'una e l'altra palma,
ala manca però l'altra prevale,
s'è diurno, qual credo, il tuo natale. –

46

A questo dir la bianca man le stende
vago d'udir più oltre il giovinetto.
Con un sospir tremante ella la prende
e prende nel toccarla alto diletto
e quel pungente stral che 'l cor l'offende
sente scotersi intanto in mezzo al petto,
l'altro con ciglia tese e labra aperte
gli occhi da lei pendenti a lei converte.

47

– Lavar la mano (ella gli dice) è stile
perch'ogn'impression meglio si veggia.
A me però la tua par sì gentile
che non fia che di bagno uopo aver deggia.
Di cinque perle un ordine sottile
vi scorgo, il cui candor dolce rosseggia;
proporzion ch'altrui mostra palese
nobile spirto ed animo cortese.

48

Quelle tre righe poi che verso il sito
dove l'indice siede a dritto stanno
e del più grosso tuo maestro dito
nele radici a terminar si vanno,
tal qual apunto sei, vago e polito
e dilicato e morbido ti fanno,
ai diletti inclinato ed agli amori,
legator d'alme e feritor di cuori.

49

A quanto del'astrologo dicesti
rispondo che non mal deltutto avisa,
che certo è di caratteri funesti
la tua linea vital molto intercisa,
da grossi solchi e ben profondi, e questi
scendon dal primo articolo, divisa,
breve, debile, torta e disunita,
indizi ch'accorciar devrian la vita.

50

Oltre ch'ala mensal s'unisce e lega
quella di vita e quella di natura
e colà dove il pollice si piega
tra l'una e l'altra sua doppia giuntura,
stranio contesto l'intervallo sega
che molti semicircoli figura
e 'l monte delo dio bravo e feroce
è cancellato da più d'una croce;

51

tutti per mio parer segni evidenti
d'aver tosto a passar grave periglio
e fuor de' dritti termini correnti
del camin natural chiudere il ciglio.
Ma questi formidabili accidenti
si ponno anco fuggir col buon consiglio;
l'istesso ciel gl'influssi suoi cattivi
scrisse al'uom su la man perché gli schivi.

52

Linea v'ha poi ch'obliqua e mal disposta
dala percussione in alto ascende
e sì di Giove appo i confin s'accosta
che 'l cavo dela man per mezzo fende.
Aggiungi ancor, ch'ove la mensa è posta,
sovra il quadro un triangolo si stende,
onde da bestia rea ti si minaccia
rischio mortal, se seguirai la caccia.

53

Ma lasciam quelche seguir deve appresso
ch'è troppo a specolar dubbio ed oscuro
e ne' casi avenire io ti confesso
ch'ogni nostro giudicio è mal securo.
Toccherò del passato alcun successo
onde potrai comprendere il futuro,
che s'avverrà ch'io sia verace in questo,
devrai fede prestarmi anco nel resto.

54

E poiché del destin crudo e nemico
da me narrato alcun effetto sai,
intorno a questo più non m'affatico
a più prospere cose io vengo omai.
Scorgo la bianca striscia e sì ti dico
che sei per altro aventurato assai;
sempre del latte l'onorata via
importa alta fortuna, ovunque sia.

55

L'altra linea sottil, lunga e profonda
che dal dito minuto innanzi corre
e 'l vicino tubercolo circonda
finch'al monte del sol si viene a porre
e presso ala mensal, che la seconda,
non interrotta mai quasi trascorre,
rende ancor grati e cari i tuoi costumi
a sommi regi, anzi a celesti numi.

56

E se dal'arte mia non son delusa,
havvi una donna, anzi una dea che t'ama,
ogni altro amante, ogni altro amor ricusa,
altra che gli occhi tuoi, luce non brama.
E come pur l'istessa man m'accusa,
al sole, al'ombra, ti sospira e chiama,
per te sol trae de' giorni e dele notti
le vigilie inquiete e i sonni rotti.

57

Non so se d'esser stato unqua sovienti
preso dal sonno in alcun prato erboso,
dove t'abbian sospir forse e lamenti
d'una ninfa gentil rotto il riposo.
Ancor non so di più, se ti rammenti
d'aver seco passato atto amoroso
e ch'ella poi tra dolci nodi involto
in palagio real t'abbia raccolto.

58

E che 'n vago giardin tra liete schiere
di fanciulli e donzelle andasti seco,
seco entrasti nel bagno e 'n tal piacere
ella finché 'l ciel volse, albergò teco.
Parmi fra que' diporti anco vedere
un verde, ombroso e solitario speco,
che fu co' muti suoi secreti orrori
testimonio fedel de' vostri amori.

59

E fosti ad un bel fonte un dì guidato
a sentir verseggiar candidi augelli;
poi ti condusse sovra un carro alato
in un paese bello oltre i più belli,
dove se per più dì fosti beato,
tu 'l sai, soverchio fia ch'io ne favelli
e s'accolte vedesti in varie squadre
quante furo o saran donne leggiadre.

60

Quindi a seguir ti richiamò Fortuna
di vaghe fere le vestigia sparte.
La tua fedel però sempre importuna
ti consigliava a tralasciar quell'arte. –
E seguitò narrando ad una ad una
di que' commerci ogni minuta parte
e del'occulte lor passate cose,
senza mentir parola, il tutto espose.

61

– Quanto dico (soggiunse) e quanto intendi,
tutto dala tua man raccoglier parmi;
trovo di più ch'agli amorosi incendi
sei fatt'esca ancor tu, bersaglio al'armi
e d'amor per amor cambio le rendi,
infin tu l'ami e ciò non puoi negarmi.
S'ami quant'ella, io non so dirti apieno,
so ben che l'ami o che l'amasti almeno.

62

E ti so dir ch'a dignità suprema
ti fia dato aspirar sol per costei
e ch'ad onor di scettro e di diadema
la sua mercé predestinato sei.
Qualunque tua necessitate estrema
protettrice non ebbe altra che lei
e ti fu sempre in ogni tuo successo
o fortunato o fortunoso appresso. –

63

Stupisce Adone e sbigottisce e quasi
di languidezza e di desir trabocca
e gli occhi abbassa e non gli son rimasi
colori in faccia né parole in bocca;
e rimembrando i suoi passati casi,
sì fiera passion l'alma gli tocca
e sì fatti sospir ne svelle fore,
che par che fatto pezzi abbia del core.

64

– Veramente gli è ver (poscia risponde)
son preso ed ardo e mene glorio e godo
poiché giamai più degno incendio altronde
non nacque e non fu mai più nobil nodo.
Ma la beltà ch'avaro ciel m'asconde,
lasso e chi può lodarla? apien non lodo.
Lodala, Amor, ch'ivi nascesti ed ivi
regni sempre, trionfi e voli e vivi.

65

Quando quest'occhi in prima Amor rivolse
a mirar la beltà ch'ogni altra eccede
l'alma le porte aperse e la raccolse
dela sua reggia ala più eccelsa sede;
quindi a me di mestesso il regno tolse
ed a colei, che l'avrà sempre, il diede,
nascondendo il mio cor nel sen di lei
e la bellezza sua negli occhi miei.

66

Altro da indi in qua non seppi poi
ch'ale leggi ubbidir del cieco dio
e tutti ricevendo i dardi suoi
gli servì di faretra il petto mio.
Quanto più crebbe amor poscia tra noi
più crebbe in me timor, crebbe desio
e sempre in vera fè stabile e saldo
arsi, lasso, al giel freddo, alsi al ciel caldo.

67

Già del mio bene entro le braccia accolto
vissi un tempo e godei felice amante.
Ma l'iniqua Fortuna, altrui più molto
larga in donar che 'n conservar costante,
meco non mutò già, mutando volto,
la sua natura lubrica e rotante,
anzi tante miserie ha in me versate
che n'avria ancor la Crudeltà pietate.

68

Misero, e che mi val tra doglie e pene
agli andati piacer volger la mente,
se la memoria del'antico bene
raddoppia il novo mal che m'è presente?
A queste luci ognor di pianto piene,
dela notte natal par l'oriente
ed amo l'ombra assai più che la luce
poiché 'n sogno il mio sole almen m'adduce

69

O memorando o miserando essempio
del'amaro d'amor dolce veleno,
qual'egli mai più dispietato scempio
fè di questo ch'io soffro in altro seno?
Dal'una al'altra aurora ingombro ed empio
d'affannati sospir l'aere sereno,
né sol, né stella, ove ch'io vada intanto,
sparger giamai mi vede altro che pianto.

70

S'io non deggio veder più que' begli occhi,
per cui languir, per cui morir mi piace,
serrinsi i miei per sempre e non mi tocchi
raggio più mai dela diurna face. –
Qui, come Morte in lui lo strale scocchi,
s'abbandona d'angoscia e geme e tace
e dal'interno foco onde sfavilla
liquefatto per gli occhi il cor distilla.

71

– Oblio risana ogni dolor profondo
(l'amorosa indovina allor ripiglia);
poiché tanto t'affligi, io ti rispondo
che devresti ascoltar chi ben consiglia.
Ponla in non cale, altre n'ha forse il mondo
di non men belle guance e belle ciglia. –
Volea seguir, ma nela bocca bella,
occupata dal pianto è la favella.

72

– No no, (replica Adon) prima vedrassi
deporre Atlante il suo stellato peso,
neri avrà Febo i crini e tardi i passi,
gelati i raggi ond'è il suo lume acceso,
andran le fiamme al chino, in alto i sassi,
ch'io sia d'altra beltà soggetto e preso.
La' prima del mio cor dolce ferita
sarà l'ultima ancor dela mia vita.

73

E seben dala vita io lunge vivo
in stato tal che più sperar non spero,
mostrami il caro oggetto onde son privo,
l'occhio del'alma, il peregrin pensiero.
Spesso con questo a visitarla arrivo,
questo è de' miei sospir fido corriero.
O vada o stiami addormentato o desto,
mai né penso né sogno altro che questo.

74

Non mi duol del mio duol poich'ala doglia
la cagion del dolor porge conforto
e per desio di trionfale spoglia
è gloria in nobil guerra il restar morto.
Non m'essortar ti prego a cangiar voglia,
s'aggiunger non vuoi male al mal ch'io porto;
per lei meglio morire amo in tormento
che per altra giamai viver contento. –

75

Volse baciar la bella bocca allora
la dea d'Amor, ma di dolcezza svenne.
Fu per scoprirgli il ver senza dimora
e d'abbracciarlo apena si contenne.
Volea spuntar la lagrimetta fora
senon ch'ella negli occhi la sostenne,
perch'amor con que' detti a poco a poco
aggiunse esca ala fiamma e fiamma al foco.

76

S'asciuga i lumi e gli solleva e dice:
– Ceder convienti a forza al ciel perverso.
Vuolsi goder mentre si pote e lice,
ma che giova cozzar col fato averso?
Questa virgula qui che la radice
dela linea vital parte a traverso
e su 'l monte di Venere si spande,
scopre un nemico assai possente e grande.

77

Eccoti la cagion ch'essule afflitto
fuor del bel nido a tapinar ti mosse.
Un rival forte, un aversario invitto
che ti spinse a fuggir credo che fosse.
Vedi per la rascetta a passo dritto
due paralelle andar non molto grosse;
sembran compagne ed accoppiate in biga,
montano insù con geminata riga.

78

E dal'infima parte ove la mano
s'annoda al braccio, con misura eguale
verso il superior dito mezzano
l'una e l'altra delpari in alto sale
e taglian l'altre due, poste insu 'l piano
del tondo ch'è tra 'l polso e la vitale,
ma sono anch'elle da diverse botte
tronche per mezzo in molte parti e rotte.

79

Que' ramoscelli poi che dala vita
procedon là dov'è di Marte il trono,
si conformano a queste e la partita
voglion pur dinotar di cui ragiono.
Fuor dela patria una furtiva uscita,
fughe ed essili espressi entro vi sono
e di paterni beni e di retaggi
perdite gravi e poveri viaggi.

80

Tacer anco non deggio e 'l dirò pure,
quelle croci colà picciole e spesse
che con infauste e tragiche figure
su la mensa vegg'io sparse ed impresse,
non son fuorché travagli e che sciagure,
strazi e dolor significati in esse,
e disegnano un cumulo d'affanni
apunto in su 'l fiorir de' più verd'anni.

81

E per venire ad un parlar distinto,
dico, per quanto il mio saver n'attigne,
che fosti in ceppi ed in catene avinto
sol per cagion di femine maligne,
perché veggio di stelle un labirinto
che la linea del core intorno cigne
e veggio la mensal, che 'n due disgiunta,
verso l'indice e 'l mezzo i rami appunta.

82

Strega malvagia, anzi infernal megera
perché degli occhi tuoi molto invaghissi
d'una prigion caliginosa e nera
vivo ti sepelì sotto gli abissi.
Ma quel penoso carcere non era
il cordoglio maggior che tu sentissi.
Sol con la gelosia fuor di speranza,
t'affligea del tuo sol la lontananza.

83

Né perché con minacce e con martiri
la scelerata incantatrice infame
di torcer si sforzasse i tuoi desiri
a sciorre il primo lor dolce legame,
né per offrirti quanto il vulgo ammiri
e quanto appaghi l'essecrabil fame,
valse a far che volesse unqua il tuo core
falsar la fede o magagnar l'amore.

84

Nulla dico a macchiar la limpidezza
dela tua lealtà giamai le valse,
senon ch'a frodi ed a perfidie avezza
ricorse ad arti ingannatrici e false.
Sotto la finta imagine e bellezza
di colei che tant'ami ella t'assalse;
e senon era il ciel che pietà n'ebbe,
vinto con armi tali alfin t'avrebbe.

85

E però che le stelle ivi raccolte
fuor dela linea son, convien ch'io dica
che rotti i ceppi e le catene sciolte
n'uscisti, non però senza fatica.
Ti diè favore e t'aiutò più volte
la tua pietosa e sviscerata amica,
onde puoi dir per cosa certa e vera
che ti diè libertà la prigioniera.

86

Costei dele malie che t'avean guasta
l'umana effigie con velen possente,
disfece i groppi onde t'è poi rimasta
d'ogn'insano pensier sana la mente.
E tanto aver di ciò detto mi basta,
meglio a testesso è noto il rimanente.
E sai per quanti soli e quante lune
quante incontrasti poi dure fortune. –

87

Tutto in sestesso a rimirarla fiso
recossi Adon da quel parlar commosso.
Tocco da un sovrasalto al'improviso
divenne in volto del color del bosso.
Ma dal dolce balen d'un bel sorriso
fu ferito in un punto e fu riscosso.
La speme sfavillò dentro il timore
e gli si sollevar l'ali del core.

88

– O qual che tu ti sia, la cui dottrina
(prorompe poi) sa penetrar ne' petti,
come giovane bella e peregrina
può di tanto avanzar gli altri intelletti,
che con sovramortal luce divina
s'apra la strada ai più riposti affetti?
Deh! non più ti celar se donna sei,
ma già donna non sembri agli occhi miei. –

89

– Donna (risponde) io son. Che quanto chiudi
nel profondo del'alma io ti palesi
e scorga i tuoi pensier svelati e nudi
stupir non dei; ciò da' prim'anni appresi.
Cotanto ponno i curiosi studi
in cui lungo travaglio e tempo spesi.
Quinci il tutto conosco e vie più assai
so degli affari tuoi che tu non sai.

90

Ma che dirai se fia ch'io ti discopra
dov'or si trova il tuo dolce tesoro?
E che molto vicin ti pende sopra
fato miglior, d'ogni tuo mal ristoro?
Qual premio avrò? già per mercé del'opra
gemme non vo, non curo argento ed oro.
Ma che sola una rosa a coglier abbia
di quelle che sì fresche hai nele labbia. –

91

Così dicendo il cupido garzone
trattiene e tuttavia la man gli stringe.
A tal dimanda ed a tal atto Adone
di punico vermiglio il viso tinge
e fa seco tra sé dubbia tenzone:
l'un pensier lo ritien, l'altro lo spinge.
Ciò che la donna dice intender brama,
né vuol romper la fede a chi tant'ama.

92

Sorrise allor quella bellezza rara,
volsi dir come rosa o come stella,
ma non ha stella il chiaro ciel sì chiara
né fu mai rosa in bel giardin sì bella.
Il vel ch'asconde la sembianza cara
si squarcia intanto e più non sembra quella.
Scorge Adon di colei che 'l cor gli ha tolto,
sbendato il lume e smascherato il volto.

93

Sicome lampo suol nele tempeste
lacerar dele nubi il fosco velo,
o come pur col suo splendor celeste
la lampa serenissima di Delo
sgombra ed alluma in quelle parti e 'n queste
le notturni caligini del cielo;
così quand'ella il ver gli discoverse
tutte de' suoi pensier le nebbie aperse.

94

Sta pur in forse Adon di quelche vede,
il piacer lo confonde e lo stupore
e 'n su 'l primo apparir, perché non crede
un tanto ben che gli presenta amore,
al'occhio lusinghier non ben dà fede,
ché cerca spesso d'adulare al core;
suol talvolta ingannato il vago sguardo
in ciò ch'altri più brama esser bugiardo.

95

Ma rinfrancato da quel primo assalto,
poiché conobbe il desiato aspetto,
brillar per gioia con festivo salto
sentissi il core e scintillar nel petto.
Tutto dentro di foco e fuor di smalto,
rapito alfin da traboccante affetto
e stillando per gli occhi allegra vena,
tese le braccia e le ne fè catena.

96

L'incatenata ed infocata diva
i nodi raddoppiò saldi e tenaci.
Svegliossi Amor che non lontan dormiva
e d'amor si svegliaro anco le faci.
L'accesa coppia in su la fresca riva
i vezzi favoria con mille baci.
Gioiva Adone e de' passati affanni
campo avea ben da risarcire i danni.

97

De' dì perduti e del ritorno tardo
ristora il tempo entro 'l bel grembo assiso.
Dolce pria l'arse il lampeggiar del guardo,
dolce ferillo il folgorar del riso,
ma dolcemente da più dolce dardo
al saettar del bacio ei giacque ucciso.
Languiano l'alme e d'egual colpo tocca
gravida di due lingue era ogni bocca.

98

Non fu per man di duo maestri saggi
concordia, credo, mai di duo stromenti
che raddoppiasse con sì bei passaggi
differenze di suoni e di concenti,
come di vero amor dolci messaggi
alternavan tra lor sospiri ardenti
e tra que' baci armonici parlando
garriano aprova e discorrean baciando.

99

– O mia dorata ed adorata dea,
pria ch'io la gloria tua scorgessi apieno,
giuro a te per testessa (egli dicea)
ch'oggi mi palpitava il cor nel seno,
peroché non gli parve e non potea
esser il lume tuo lume terreno.
Un raggio sol che del mio sol mi tocchi
conosciuto è dal cor pria che dagli occhi.

100

Anima del mio cor, giunta è pur l'ora
che si chiuda in piacer lungo tormento.
Degno di rimirarti anzi ch'io mora
son pur la tua mercé fatto contento.
Dela divinità l'aura ch'odora
e del petto che bolle il foco sento.
So che 'n mostrarmi il ver senza menzogna
non travede lo sguardo e 'l cor non sogna. –

101

– O sospirato in tante aspre procelle
(rispondea l'altra) e non sperato porto,
tra le tue braccia alfin, che son pur quelle
che bramai sì, lo stanco legno ho scorto.
A dispetto del cielo e dele stelle
meco ho pur la mia vita, il mio conforto,
orché quel fiero Trace ingelosito,
dio di ferro e di sangue, altrove è gito.

102

Centro de' miei desir, questa che vedi
è colei che t'adora e più non fingo.
S'al tuo veder, s'al mio parlar non credi,
ecco ti bacio, ecco t'abbraccio e stringo.
S'altra prova più certa anco ne chiedi
che i vezzi e i nodi onde t'accolgo e cingo,
puoi dal mio stesso cor saperne il vero
ch'entro i begli occhi tuoi sta prigioniero. –

103

Così diceano e i fauni al mormorio
de' baci che s'udian ben di lontano,
dal diletto rapiti e dal desio,
giù da' monti vicin calaro al piano.
Fuor dela verde sua spelonca uscio
il tutor de' confin, padre Silvano,
e di tanta beltà le meraviglie
a mirar, a lodar, chiamò le figlie:

104

– Ninfe (dicea) di questi ombrosi chiostri,
fate dolce sonar l'aure dintorno
e con gemma eritrea negli antri vostri
segnate in bianco il fortunato giorno.
Mirate là di che divini mostri
d'amorose bellezze è il bosco adorno. –
E qui taceasi e poi con balli e canti
tutti applaudeano ai duo felici amanti.

105

Tirato intanto da duo bianchi augelli
stranio carro s'offerse al partir loro.
Né di ciclopi mai lime o martelli
opra fornir di più sottil lavoro.
I seggi ha di zaffir capaci e belli
e le rote d'argento e i raggi d'oro.
Avorio è l'orbe e ben massicci e sodi
son diamante e rubin le fasce e i chiodi.

106

Partono. Auriga Amor siede al governo
sul bel soglio falcato e l'aureo morso
per via serena, Autumedonte eterno,
con redine di rose allenta al corso.
Verso gli alberghi del giardin materno
va flagellando ai vaghi cigni il dorso.
Auretta amica con suoi molli fiati
seconda il volo de' canori alati.

107

Ma stimulata da desiri ardenti
d'indugio accusa i volator leggieri
la coppia bella e le parrebbon lenti
del rettor dela luce anco i destrieri.
Fa le rote strisciar lievi e correnti
lubrico il carro a que' divini imperi,
il carro, che nel grembo accoglie e serra
le bellezze del cielo e dela terra.

108

In occidente il sol già si calava
sferzando i corridor verso le stalle,
né più dritto su 'l capo i rai vibrava,
ma per traverso altrui feria le spalle;
e già la Notte gelida tornava
dagli antri fuor dela cimeria valle
le campagne del ciel serene e belle
con negra mano a seminar di stelle,

109

quando andaro a sfogar nel letto usato
del'usata magion gli accesi cori,
che spirar si sentia per ogni lato
del'antiche dolcezze ancor gli odori.
Quivi iterando poi lo stil passato,
tornaro ai primi scherzi, ai primi amori.
L'un senza l'altro ad altra cura intento
né movea passo, né traea momento.

110

Un dì sotto la loggia, ove sovente
dispensan l'ore insieme e le parole,
Venere, che giamai l'occhio o la mente
non allontana dal'amato sole,
vedelo in un pensier profondamente
immerso e più tacer ch'egli non suole,
poiché l'amiche ninfe assise al fresco
han del bianco mantil spogliato il desco.

111

Onde per torgli dala mente ogni ombra,
in tai detti ala lingua il nodo ha sciolto:
– Adone, occhio mio caro, omai deh sgombra
tutte dal cor le tenebre e dal volto.
Qual gran pensier quella bellezza ingombra
che di mestessa ogni pensier m'ha tolto,
per cui non curo il ciel, né più mi cale
dela beatitudine immortale?

112

Sprezzo per te la mia celeste reggia,
tu sei solo mio ciel, mio paradiso,
che s'una stella nel mio ciel lampeggia
due più chiare ne gira il tuo bel viso.
E qualor nele rose, onde rosseggia
la purpurea tua guancia, il guardo affiso
e come, oimé! non sospirar poss'io
se scorgo nel tuo volto il sangue mio?

113

Or se la vista sol dela tua faccia
è d'ogni mio desir bersaglio e meta,
rasserenarla omai tanto ti piaccia
ch'io la possa mirar contenta e lieta.
E perché 'l gioco i rei pensier discaccia
e d'ogni anima trista il duolo acqueta,
per desviar dal'altre cure il core
vo' che 'nsieme giocando inganniam l'ore.

114

Se lieve pila in singolar steccato
con curva rete in mano ami colpire
o se di cavo faggio il braccio armato
vuoi globo d'aure gravido ferire,
se stretto infra le pugne il maglio astato
batter palla con palla hai pur desire
o se ti fia gittando i punti a grado
far le corna guizzar del mobil dado;

115

o se le brevi e figurate carte
volger ti piace o che trattar le voglia
finché quattro diverse insieme sparte
siché rompa l'invito alcun ne toglia,
o là dove preval la sorte al'arte
far che l'un dopo 'l trenta il gioco scioglia,
o trionfar con quella che si lassa
nela confusa ed agitata massa;

116

o se di trentasei brami in sei volte
dodici torne ed altrettante darne
e l'ultime lasciando in monte accolte
otto l'un, quattro l'altro, indi scambiarne
e di quelle che 'n man ciascuno ha tolte
scoprir il punto e 'l numero contarne
o riversar la sorte del compagno
facendo dela perdita guadagno;

117

di qual più ti talenta, insomma, puoi
essercizio ozioso aver piacere.
Ma peroché 'n ciascun, qualunque vuoi
hanno il caso e la fraude assai potere
e perché mostri ne' sembianti tuoi
nobile ingegno e generoso avere,
un proporronne in cui non abbia alcuna
possanza inganno o signoria fortuna.

118

In tal guisa però pria si patteggi
che 'l vinto al vincitore un premio dia,
onde se vincerai con queste leggi
pieno arbitrio di me dato ti fia.
Ma s'egli avien che tu non mi pareggi
siché venga la palma ad esser mia,
com'esser tua perdendo uopo mi fora,
voglio dele tue voglie esser signora. –

119

Fermo tra lor con quest'accordo il patto,
ecco d'astuto ingegno e pronta mano
garzon che sempre scherza e vola ratto:
Gioco s'appella ed è d'Amor germano.
Questi su l'ampia tavola in un tratto
a recar venne un tavoliero estrano,
che di fin oro ha la cornice e 'l resto
tutto d'avorio e d'ebeno è contesto.

120

Sessantaquattro case in forma quadra
inquartate per dritto e per traverso
dispon per otto vie serie leggiadra
ed otto ne contien per ciascun verso.
Ciascuna casa in ordine si squadra
di spazio egual, ma di color diverso,
ch'alternamente a bianco e brun distinto
qual tergo di dragon tutto è dipinto.

121

Scambievolmente al bianco quadro il nero
succede e varia il campo in ogni parte.
– Or qui potrai, quasi in agon guerriero
(disse la dea) veder quanto può l'arte,
dico di guerra un simulacro vero
ed una bella imagine di Marte,
mover assalti e stratagemi ordire
e due genti or combattere, or fuggire.

122

A spettacol sì dolce esser presente
anco il gran padre mio talor non sdegna,
quando alleggiar la faticosa mente
vuol del'incarco onde governa e regna.
Questo gioco il rettor del gran tridente
con le nereidi essercitar s'ingegna
per dar a Giove alcun piacer qualora
del'amico ocean le mense onora. –

123

Ciò detto, versa da bell'urna aurata
su 'l tavolier di calcoli due schiere,
che di tornite gemme effigiata
mostran l'umana forma in più maniere.
L'una e l'altra falange è divisata
là di candide insegne e qui di nere.
Son di numero pari e di possanza,
differenti di nome e di sembianza.

124

Sedici sono e sedici e sicome
vario è tra loro il color bianco e 'l bruno
e varia han la sembianza e vario il nome,
così l'ufficio ancor non è tutt'uno.
Havvi regi e reine ed ha le chiome
di corona real cinta ciascuno.
V'ha sagittari e cavalieri e fanti
e, di gran rocche onusti, alti elefanti.

125

Ecco son già gli esserciti disposti,
già ne' siti sovrani e già negl'imi
son divisi i quartier, partiti i posti.
Stan nel'ultima linea i re sublimi,
e quinci e quindi entrambo a fronte opposti,
la quarta sede ad occupar van primi,
ma 'l canuto signor, ch'è l'un di loro,
preme l'oscura e tien l'eburnea il moro.

126

La regia sposa ha ciascun re vicina,
un l'ha dal destro lato, un l'ha dal manco.
Tien campo a sé conforme ogni reina,
la fosca il fosco tien, la bianca il bianco.
Nela fila medesima confina
gemino arcier da questo e da quel fianco.
Questi la rissa a provocar sen vanno
e dela real coppia in guardia stanno.

127

Non lontani a cavallo han duo campioni
in pugna aperta a guerreggiar accorti
e nel'estremità de' duo squadroni
l'indiche fere gli angoli fan forti.
Otto contr'otto assiston di pedoni
in ordinanza poi doppie coorti,
ch'ai primi rischi dela guerra avanti
portano i petti intrepidi e costanti.

128

Così se con l'etiope a far battaglia
talor di Gallia il popolo s'abbatte,
par che stormo di corvi i cigni assaglia,
vengono al paragon la pece e 'l latte.
Vedesi l'un che di candore agguaglia
del'Alpi sue natie le nevi intatte,
porta l'altro di lor, però che molto
al'aurora è vicin, la notte in volto.

129

Volge a Cillenio in questo tempo i preghi
Ciprigna bella e con que' dolci vezzi
a cui voglia non è che non si pieghi,
anzi marmo non è che non si spezzi,
chiede che 'l modo al bell'Adon dispieghi
di dar regola al gioco e moto ai pezzi.
E quei, fra mille Amor che stanno attenti,
ammaestrando il va con questi accenti:

130

– Pugnasi a corpo a corpo e fuor di stuolo
quasi in steccato ogni guerrier procede,
s'un bianco esce di schiera, ecco ch'a volo
dala contraria uscir l'altro si vede.
Ma con legge però che più d'un solo
mover non possa in una volta il piede.
E van tutti ad un fine, in stretto loco
con la prigion del re, chiudere il gioco.

131

E perch'egli più tosto a terra vada,
tutti col ferro in man s'aprono i passi.
Chi di qua, chi di là, sgombra la strada,
pian pian men folta la campagna fassi;
al'uccisor, s'avien ch'alcun ne cada,
del caduto aversario il loco dassi.
Ma campato il periglio, ecetto al fante,
lice indietro a ciascun ritrar le piante.

132

Del marciar, del pugnar, nel bel conflitto
pari in tutti non è l'arte e la norma.
Varca una cella sol sempre per dritto
contro il nemico la pedestre torma;
senon che quando alcun ne vien trafitto
si feriscon per lato e cangian forma;
e ponno nel tentar del primo assalto
passar duo gradi e raddoppiare il salto.

133

Può da tergo e da fronte andar la torre,
porta a destra ed a manca il grave incarco,
ma sempre per diametro trascorre
né sa mai per canton torcere il varco.
Sol per sentiero obliquo il corso sciorre
è dato a quel ch'ha le saette e l'arco;
fiancheggiando si move e mentre scocca
l'un e l'altro confin del campo tocca.

134

Il cavallo leggier, per dritta lista
come gli altri l'arringo unqua non fende,
ma la lizza attraversa e fiero in vista
curvo in giro e lunato il salto stende,
e sempre nel saltar due case acquista,
quel colore abbandona e questo prende.
Ma la donna real, vie più superba,
ne'suoi liberi error legge non serba.

135

Per tutto erra costei, lunge e da presso
e può di tutti sostener la vice,
salvo che 'n cerchio andar non l'è permesso,
saltellar, volteggiar le si disdice;
privilegio al destrier solo concesso,
corvettando aggirarsi altrui non lice.
Nel resto poi, se non ha intoppo al corso,
non trova al suo vagar meta né morso.

136

Move l'armi più cauto il re sovrano,
in cui del campo la speranza è tutta,
ché, s'egli prigionier trabocca al piano,
l'oste dal canto suo riman distrutta.
Quinci per lui ciascuno arma la mano,
per lui s'espone a perigliosa lutta;
ed egli spettator dela contesa
cinto di guardia tal, non teme offesa.

137

Poco intende a ferire e per l'aperto
in publica tenzon raro contrasta,
non è questo il suo fin, ma ben coverto
dal'insidie schermirsi assai gli basta.
Pur se contro gli vien duce inesperto,
sa ben anco trattar la spada e l'asta;
colpisce e noce e poiché 'l seggio lassa
di più d'un quadro il termine non passa.

138

Queste le leggi son ch'io ti racconto
del bel certame e rompersi non denno.
Ma perché l'uso lor ti sia più conto
potrai pria dala prova apprender senno. –
Così dic'egli e lo scacchier, ch'è pronto,
si reca innanzi, indi ala dea fa cenno.
A dirimpetto suo fa che s'assida
e siede anch'egli ed a giocar la sfida.

139

Viensi a giornata. A muoversi è primiero
il bianco stuol che Citerea conduce.
Ella, sospesa alquanto insu 'l pensiero,
il pedon dela donna in campo adduce.
Quel s'avanza duo gradi e non men fiero
un gliene mette a fronte il negro duce.
Scontransi ambo nel mezzo, e destro e scaltro
studia l'un con vantaggio opprimer l'altro.

140

Quinci e quindi a favor di questo e quello
d'armati innanzi un numero si spinge.
Scherza tuttavia Marte e l'un drappello
con l'altro ancor non si confonde o stringe.
Ma de' duo fanti in singolar duello
già nel candido il bruno il ferro tinge;
gli usurpa il loco, ahi misero, né vede
il nemico vicin che 'ntanto il fiede.

141

Cade sovra 'l caduto. Il rege oscuro
va dal mezzo al'estremo e muta sito,
dove tra i fidi suoi tratto in securo
inespugnabilmente è custodito.
Ed ecco allor con aspro incontro e duro
e con rapide rote a guerra uscito,
l'un e l'altro destrier del manco corno
empie di strage la pianura intorno.

142

Ma mentre che la figlia alma di Giove
ala turba pedestre è tutta intenta,
Mercurio, inteso a più sagaci prove,
furtivi aguati insidioso tenta.
Il sinistro corsier tra i fanti move
che sfrenato pertutto erra e s'aventa,
s'incurva e gira e con sottile inganno
procura al re malcauto occulto danno.

143

Eccolo giunto ove minaccia insieme
l'ultimo eccidio ala suprema reggia
ed al destro canton del'ali estreme
dov'un de' propugnacoli torreggia.
La bella dea d'Adon sospira e geme
che non sa dove pria soccorrer deggia.
Campar non può in un punto e quello e questo
pur la vita del re prepone al resto.

144

Tira il rege in disparte ed indifeso
l'elefante meschino è spinto a terra,
ma 'l fiero corridor ch'al pian l'ha steso
non pertanto impunito esce di guerra.
Tenta il rischio fuggir, ma gli è conteso
dala gente da piè che 'ntorno il serra.
Ucciso intanto dala vergin forte
termina il viver suo con bella morte.

145

Qual tauro, s'egli avien che perdut'abbia
pugnando un corno, inferocisce e mugge
e 'nsanguinando la minuta sabbia
l'armi incontra col petto e non le fugge,
tal con minor consiglio e maggior rabbia
per sì notabil perdita si strugge,
brama di vendicarsi e l'armi ultrici
irrita Citerea contro i nemici.

146

Volontaria a sbaraglio espone i suoi
né cura che più d'un n'esca di vita
purché dato le sia di veder poi
col proprio mal l'altrui ruina unita.
L'arguto messo de' celesti eroi
con miglior senno i suoi disegni alta;
prevede i colpi e con ragion matura
dela preda superbo il tutto cura.

147

Tacito va tra sé volgendo spesso
mortal essizio ala reina bianca.
Già poiché 'l destro arciero egli l'ha messo
celatamente appo la costa manca,
malguardato pedon le spinge appresso,
poi traendo un sospir si batte l'anca,
quasi pentito, e con astuti modi
fingendo error, dissimula le frodi.

148

Tosto ch'offrir l'occasion si scorge
pensa Vener nel crin prender la sorte,
corre ingorda ala preda e non s'accorge
che scopre il fianco ala real consorte.
Al nemico pedon ch'oltre si sporge
va già per dar col suo pedon la morte,
quando di tanto mal pietoso il figlio
cenno le fece e l'avertì col ciglio.

149

Sostiene allor la mano e 'l colpo arresta
la dea che 'l gran periglio aperto mira
e 'l pedon, che pur dianzi ardita e presta
cacciava innanzi a suo squadron, ritira.
L'araldo degli dei querulo in questa
di gridi empie il teatro e freme d'ira.
Conquistata l'amazzone e delusa
sua ragion chiama e Citerea si scusa.

150

– Chi nega (dice) al giocator che mossa
la destra errante a trascurato tratto,
in meglio poi correggerla non possa
se nol vieta tra noi legge né patto?
Or che da tanto rischio io l'ho riscossa,
decreto inviolabile sia fatto:
qual fia del'un de' duo tocco primiero,
quello a forza ne vada, o bianco o nero. –

151

Questa giusta sentenza a tutti piacque
e s apprestaro a risguardarne il fine.
Il divin nunzio affrenò l'ira e tacque
trafitto il petto di mordaci spine
e secreto pensier nel cor gli nacque
di pugnar con inganni e con rapine.
Vigila ale calunnie e molto importa
ala madre d'Amor l'esser accorta.

152

Spesso nel moto le veloci dita
trafuga e scambia e non so come implica
e duo corpi e duo colpi in una uscita
sospinge a danneggiar l'oste nemica.
Già già con man sì rapida e spedita
che la può seguitar l'occhio a fatica,
un faretrato suo manda al'assalto
e fa che del cavallo imiti il salto.

153

Quel balza in mezzo e con mentita insegna
di destrier contrafatto il passo stampa;
vibra sestesso e d'atterrar s'ingegna
la vergin bianca a cui vicin s'accampa.
Aspramente sorride e sì si sdegna
Venere allor, che 'n vivo foco avampa:
– Ben sei de' furti autor (disse) e maestro,
ma vuolsi nel celargli esser più destro. –

154

Rise de' circostanti a pieno coro
la turba, a vista de' palesi inganni
e tutto rimbombò l'atrio sonoro
di man battute e di battuti vanni.
Vergognoso e confuso al rider loro
sorse Mercurio dai dorati scanni
e succeder Adon volse in suo loco
a terminar l'incominciato gioco.

155

Di Giove in questo mezzo il messaggiero
e l'alato fanciullo, infra lor dui
l'un contro l'altro insieme accordo fero
d'attraversar nela partita altrui.
Per lei parteggia il faretrato arciero,
il celeste orator la tien per lui,
e già vengono entrambo astuti ingegni
ad ingaggiar dela scommessa i pegni.

156

Vuol Mercurio, se vince, un'aurea rete
di filato diamante i nodi intesta,
ch'a far secure ognor prede secrete
spera ch'assai giovar gli deggia questa.
Se vince Amor, vuol il baston che 'n Lete
può repente attuffar la gente desta,
per poter poi nele notturne frodi
addormentare i vigili custodi.

157

Movesi il vago Adon con cauto aviso
provido al'armi e non le tratta in fallo;
mentre al suo re, nel maggior trono assiso,
vien per dar caccia il candido cavallo,
un con l'arco l'uccide e questi ucciso
cade per un pedon senza intervallo,
quel per un altro; ecco ogni arcier concorre,
ogni destrier si move ed ogni torre.

158

Sorge la pugna e si condensa e mesce
alternando le veci e gli accidenti,
come quando l'Ionio ondeggia e cresce
agitato talor da vari venti.
Ma l'amazzone bianca arriva ed esce
per mezzo l'ali dele negre genti
e nel'andar e nel tornar, mentr'erra,
un sagittario, un elefante atterra.

159

Passa tra l'armi ostili e fulminante,
fende la mischia qual saetta o lampo;
restano addietro e le fan piazza avante
le squadre averse, ognun le cede il campo.
Ella fidando nele lievi piante
onde può sempre agevolar lo scampo,
de' penetrali interni a corso sciolto
spia l'occulto, apre il chiuso e spiana il folto.

160

Emulo allora in scaramuzza appella
la sua guerriera il principe de' neri,
ed ecco aprova infuriata anch'ella
precipitosamente apre i sentieri.
Caggion dispersi in questa parte e 'n quella
elefanti e destrier, fanti ed arcieri.
Chi narrar può le stragi e le ruine
che fan le due magnanime reine?

161

Si fronteggian del pari e parimente
eguale han forza ed armatura eguale.
Già già la bianca il calamo pungente
vibra e da tergo l'aversaria assale.
Ma se l'una ne muor, l'altra repente
non con fato miglior pere di strale
e quinci e quindi con mortal caduta
acquistata è la spoglia e non goduta.

162

Dele due donne i vedovi mariti
cercano allora in salvo ambo ritrarsi,
del gran flagello timidi e smarriti
che guerrier tanti ha dissipati e sparsi.
Pur non d'ogni lor forza impoveriti
possono ancor difendersi e guardarsi.
Tre pedoni, un arciero e torreggiante
ha la bella Ciprigna un elefante;

163

altrettanti n'hai tu, leggiadro Adone,
tranne la belva che 'l castello porta,
laqual pur dianzi nel funesto agone
per man d'un fier saettator fu morta.
Tutto il resto involò l'aspra tenzone,
tempesta orrenda ha l'altra gente absorta;
mesta a vedere e lagrimosa scena,
desolata di popoli l'arena.

164

Soli i duo capi e senza spose a' fianchi
stansene avolti in dolorose spoglie.
Ma pur, da rea fortuna afflitti e stanchi,
ai secondi imenei piegan le voglie.
Invita prima il regnator de' bianchi
le fide ancelle del'antica moglie
al consorzio real, ma si compiace
provar pria di ciascuna il core audace.

165

Le conforta a varcar gli argini ostili
e le manda a tentar l'ultima meta
per veder qual più spirti abbia virili
e sia più franca e generosa atleta.
Nozze reali a femine servili
sperar per legge espressa il gioco vieta,
salvo a quell'una sol ch'invitta e prima
del'altro limitar tocchi la cima.

166

Troncan gli indugi le ministre elette,
la proposta mercé fa piano il guado.
Ma l'altre a quella pur cedon costrette,
che tien del destro corno il terzo grado.
L'ali ale piante ambizion le mette,
tanto ch'oltre sen vola altrui malgrado
e mal può dela gloria il bel sentiero
interdirle il rettor del popol nero.

167

Onde al'onor che le nemiche alletta,
aprova anco le sue stimula e punge
e la quarta da manca al segno affretta,
ma più tarda d'un passo ancor n'è lunge.
La bianca intanto ad occupar soletta
il bel talamo voto, ecco pur giunge
e del'eredità che le perviene
con applauso de' suoi lo scettro ottiene.

168

Del diadema novel la donna allegra
allenta al corso impetuosa il freno
e possedendo la campagna integra
l'alte ruine risarcisce apieno.
Cade trafitta la guerriera negra
su 'l confin dela meta, un grado meno.
Fuggon l'altre reliquie e 'l re confuso
da duro assedio è circondato e chiuso.

169

Di Maia il figlio che vicin gli siede
compatisce d'Adon la doglia intensa
e, nov'arti volgendo, osserva e vede
che la dea degli Amori ad altro pensa,
perché 'ntesa a tentar col piede il piede
del'amato garzon sotto la mensa
null'altro cura e, di sestessa fore,
vince misera il gioco e perde il core.

170

Il tempo coglie e nel'aurato e bello
bossolo ch'ai cadaveri cattivi
de' vinti in guerra è carcere ed avello,
stende gli artigli taciti e furtivi.
Un arcier bruno ed un destrier morello
ne tragge ed a pugnar gli torna vivi,
ma perché gli atti e i movimenti sui
ciascun risguarda, adopra il mezzo altrui.

171

La fraude ad esseguir Galania essorta.
Di Venere una ninfa è così detta,
non men destra di man, d'ingegno accorta
che di volto leggiadra e giovinetta.
Quando tutta d'Adon la squadra è morta
i duo freschi guerrier costei vi getta,
onde l'un tende l'arco e l'altro in zuffa
zappa, ringhia, nitrisce e freme e sbuffa.

172

La bella dea del mirto e della rosa
che novo scorge e non pensato aiuto
sovragiunto al nemico, e strana cosa
stima com'avea vinto aver perduto;
lo sguardo alzando stupida e dubbiosa,
sorrider vede il messaggiero astuto,
onde il tratto compreso: – Or tanto basta –
(dice) e 'l gioco con man confonde e guasta.

173

E dal loco levata ov'era assisa,
spinta dal'ira che nel petto accoglie,
corre a Galania e la percote in guisa
che con quel colpo ogni beltà le toglie.
Ahi! quanto è folle, ahi! quanto mal s'avisa
chi tenta opporsi ale divine voglie.
Fu sì 'l capo ala misera percosso
con lo scacchier, che le rimase adosso.

174

Da Citerea con tanta furia e forza
è battuta la ninfa afflitta e mesta,
che 'ncurvato e cangiato in cava scorza
sovra le spalle il tavolier le resta.
La luce de' begli occhi allor s'ammorza,
sparisce l'oro dela bionda testa,
la cervice, che 'n sé rientra ed esce,
quasi un mezzo divien tra serpe e pesce.

175

S'accorcia il corpo e fin sovra la nuca
nela macchiata spoglia ascoso stassi;
con quattro piè convien che si conduca
che con gran tardità mutano i passi.
Trasformata di ninfa in tartaruca,
tra spelonche profonde a celar vassi;
e 'l grave incarco del nativo albergo
sempre dovunque va, porta su 'l tergo.

176

– Prendi d'ardir sì sciocco il premio degno
(disse la dea con iracondo aspetto)
ad irritar de' sommi dei lo sdegno
impara ed a turbar l'altrui diletto.
Quel tuo sì pronto e sì spedito ingegno,
più ch'altro or diverrà tardo ed inetto.
Quelle man, già sì preste a far inganno,
pigre altrettanto e stupide saranno.

177

Del tuo vivo sepolcro abitatrice,
in effigie di bestia insieme e d'angue
animato cadavere infelice,
senza viscere vanne e senza sangue.
Severa stella del tuo fallo ultrice,
colà ti scorga ove si torpe e langue
tra granchi e talpe e chiocciole e lumache
in caverne palustri e 'n valli opache.

178

Dal peso che cagion fu de' tuoi mali
in ogni tempo avrai l'omero oppresso;
e quando fra lo stuol degli animali
ricercata sarai da Giove istesso,
innanzi a' suoi divini occhi immortali
a te sola venir non fia concesso,
scusandoti con dir d'esser rimasa
a custodir la tua dipinta casa.

179

Voglio di più, che quando a quel dolce atto
che da me vien, ti stimula natura,
poiché 'l fin del desir n'avrà ritratto,
il maschio più di te non prenda cura;
e tu per pena allor del tuo misfatto
ti rimarrai del'aquila pastura,
rivolta al ciel la pancia, al suol la schiena,
senza poter drizzarti insu l'arena.

180

Onde malgrado del piacer che sente
d'amorosa saetta un cor ferito,
temprata la libidine cocente,
la salute anteposta all'appetito,
sarai costretta ad esser continente
ed a fuggire il tuo crudel marito,
bench'occulta virtù d'erba efficace
ti farà pur piacer quelch'altrui piace. –

181

Così la maledisse ed adirata
ritrasse altrove il piè Ciprigna bella.
Mercurio che 'n testudine mutata
vide, sua colpa, la gentil donzella,
pietà ne prese e d'auree corde armata
lira canora edificò di quella,
indi lieto inventor di sì bel suono,
fenne al gran dio de' versi altero dono.

182

Poiché dal gioco si levò la dea,
tra Mercurio ed Amor gran lite sorse.
Amor che seco attraversato avea,
quando anch'ei dela fraude alfin s'accorse,
dela traversa il pregio a lui chiedea
con gridi al cui romor la madre corse.
Venere con Adon tutta sospesa
dimanda la cagion di tal contesa.

183

Giudice fatta poi dela disputa,
pria del cieco fanciullo ode l'accusa,
che dice esser la verga a lui devuta
e ch'a torto pagar l'altro ricusa.
Ella, che sa del'altro ogni arte astuta,
intender vuol da lui come si scusa
e perché nega al figlio il caduceo
che dee di chi l'ha vinto esser trofeo.

184

– Quand'io pur or non vi conchiuda (ei disse)
ch'a nessun di voi duo la palma tocca,
s'a mio favor nele presenti risse
la sentenza non vien di vostra bocca,
se Giove istesso, ancorché 'n ciel l'udisse,
non dirà tal querela ingiusta e sciocca;
mio sarà il danno e la ragion ch'io porto
vo' confessar che sia calunnia e torto. –

185

– Stiamo pur ad udire, io vo, por mente
(sorridendo rispose il nudo arciero)
se co' sofismi tuoi, bench'eloquente,
saprai darne a veder bianco per nero.
Da' miei detti (ei soggiunse) apertamente
fra conosciuto e manifesto il vero;
e perch'altro che 'l ver non v'abbia loco,
non vo' partir dela ragion del gioco.

186

Del gioco la ragion vuole e richiede
ed al dever del giocator s'aspetta,
ch'altri prenda a giocar quelche possiede
e che 'l suo, non l'altrui, nel campo metta.
Qualora il gioco in altro stil procede,
l'usanza del giocar non è perfetta.
Tanto meno a chi gioca è poi concesso
giocarsi quel del'aversario istesso.

187

Convien che sia da questo e da quel canto
tra due parti il partito e 'l rischio eguale.
Se modo non ha l'un da perder quanto
perder può l'altro, il suo giocar non vale,
né portar può di vincitore il vanto
quegli a cui manca un fondamento tale.
Né vincendo talor, pretender debbe
dal perditor quelch'egli in sé non ebbe.

188

Or veggiam, bella dea, s'a proprio costo
giocasti e s'egli è tuo quel ch'hai giocato
e se da te su 'l tavolier fu posto
quanto ha costui giocando aventurato.
Così del figlio tuo sarà poi tosto
sopito ancor per conseguenza il piato.
Tu stessa in premio esposta ala tenzone
promettesti, perdendo, esser d'Adone.

189

Ed io testessa in testimonio invoco,
invoco teco in testimonio Amore.
Quante volte dicesti al tuo bel foco
ch'egli a pieno è di te fatto signore?
Come può semedesma esporre al gioco
chi non ha in sé né libertà né core?
Chi non ha semedesma in sua balia,
né cosa al mondo che d'altrui non sia?

190

Se tua non sei, ma di costui ch'io dico,
del'altrui dunque e non del tuo giocasti,
né posto avendo sù quanto il nemico
non ti si deve quelche guadagnasti;
onde se tu confermi il dono antico,
se rivocar non vuoi quelche donasti
o se pur non mentì la lingua tua,
ei non perde sestesso e tu sei sua.

191

Ecco che 'n somma o dichiarar bisogna
ch'egli vinto non è, com'io ragiono,
o d'inganno accusarti e di menzogna
se fu da scherzo e non da senno il dono.
Ed io, quando ciò fusse, avrei vergogna
d'amar chi mi schernì, qualunque io sono,
perché non dee leal amante ch'arda
di vero amore, amar donna bugiarda. –

192

– Quest'argomento è debile e fallace
(ripiglia Amor) né tua ragion difende.
Ciò si tacque al principio e quei che tace
tacitamente acconsentir s'intende. –
– Io son d'Adone ed esser sua mi piace,
sovra questo tra noi non si contende
(disse la dea); quand'io pur fussi sciolta
vorrei farmi soggetta un'altra volta.

193

Ma com'è pur tra giocatori usanza
quando manca talor l'oro e l'argento,
che l'un l'altro del suo danno in prestanza
e supplisce la fede al mancamento,
sebene in me di me nulla m'avanza
di prestarmi a mestessa ei fu contento,
e 'l mio stato servil, mentre che tacque,
a giocar seco abilitar gli piacque. –

194

E 'l divin messo a lei: – Non mancan mai
a restio pagator scuse e parole.
Ma conceder ti vo', come tu 'l fai,
l'uso che 'n gioco essercitar si suole.
Finito il gioco, or qual refugio avrai?
Quanto prestato fu, render si vole.
Rendi testessa al tuo cortese amante
e così sarai sua com'eri avante. –

195

– Se valesse il tuo dir (disse il fanciullo)
cadrebbe anco in Adon simil difetto.
Anch'egli a lei donossi e per trastullo
di non esser più suo talvolta ha detto. –
– Dunque (replicò quegli) il gioco è nullo;
mancando la cagion, manca l'effetto.
Altri quelche non ha giocar non pote,
né si gioca giamai con le man vote. –

196

Aprendo allora il bell'Adon le labbia
disse, rivolto al nunzio degli dei:
– A che garrir tra voi con tanta rabbia?
Non oggi è il primo dì ch'io mi perdei.
Perduto ho io, ma quando ancor vint'abbia,
io la vittoria mia cedo a costei.
D'un tal perder mi glorio e non m'attristo
che la perdita mia può dirsi acquisto. –

197

– Or facciam (disse Amor) che vano intutto
fusse il gioco tra lor, come tu vuoi.
Vano non fia però né senza frutto
il gioco che di fuor seguì tra noi.
Di fuor giocammo ed ha ciascuno addutto
un pegno proprio degli arnesi suoi.
Il nostro è nostro e qui né tu né io
dir possiam ch'io sia tuo, che tu sia mio. –

198

E l'altro: – è forza, poiché insieme vanno,
se cessa il principal che 'l minor cessi.
Ha vinto Adon, seben con qualche inganno,
onde dir non si può ch'io non vincessi.
S'altri v'ebbe la colpa, abbiane il danno.
La rete è mia, tai furo i patti espressi.
Sempre il vincere è bel, sempre si loda,
o per sorte si vinca over per froda. –

199

Mentre una coppia in guisa tal contrasta,
l'altra per accordarla s'affatiga.
Prega quel, prega questa e pur non basta
ad acquetar la fanciullesca briga.
Se la racconcia l'un, l'altro la guasta,
tanta è la stizza che di par gl'instiga.
Perché la question non vada innanzi,
Vener lo sdegno oblia ch'ebbe pur dianzi.

200

A Mercurio dicea: – Tu cerchi invano
la rete aver che per mio mal fu fatta,
se l'arte non apprendi di Vulcano
o non t'insegna Amor come s'adatta.
Non vaglion l'armi sue fuor di sua mano,
forza alcuna non han s'ei non le tratta.
Senza lui credi a me ti giova poco
quando ancor abbi e la faretra e 'l foco. –

201

Dicea poscia al figliuol: – Figliuol perverso,
che vuoi tu far di quella inutil verga?
La brami forse acciocché 'l mondo asperso
di dolce oblio nel sonno si sommerga?
Quasi in mortal letargo ognor sommerso,
per te non sia senza ch'oblio l'asperga.
Soverchio è ciò, se ponno i tuoi furori,
qualor ti piace, innebriare i cori. –

202

Travagliò molto con accorti accenti
Citerea per comporre ambe le parti,
finch'alfin si placar gli sdegni ardenti
e i tumulti cessaro intorno sparti.
Con tal convenzion restan contenti
lo dio del'alme e l'inventor del'arti
che la verga e la rete e quegli e questi
qualvolta uopo ne fra l'un l'altro presti.

203

Venere, poich'alquanto ebbe deposta
l'ira ch'al bell'Adon pose spavento,
in più solinga parte e più riposta
volta al'autor del suo dolce tormento:
– Dela condizion tra noi proposta,
debitrice (gli disse) a te mi sento.
Seben a torto ho mia ragion perduta,.
t'è pur del gioco la mercé devuta. –

204

Per lo passeggio poi dela verdura
con parlar più distinto ella gli dice:
– Cara parte del cor, cara mia cura,
dolce d'ogni mio ben fonte e radice,
seben la bella e desiata arsura
che mi strugge per te, mi fa felice,
contenta non sarò ch'io non ti veggia
nel natio regno e nela patria reggia.

205

La reggia antica del ciprigno stato
vota ancor serba la real sua sede,
al cui dominio il mio tiranno amato
(chi si sia questi io nol dirò) succede,
come di quella originato e nato
per genitore e genitrice erede.
Or ala signoria ch'a te s'aspetta
piacciati consentir ch'io ti rimetta.

206

Senza capo e signor che 'l freni e regga
erra ed inciampa il popolo confuso,
qual greggia a cui s'avien che non provegga
pastor, licenziosa esce del chiuso.
Per sì fatta cagion, che re s'elegga
il senato di Cipro ha già conchiuso,
e di chi deggia al soglio esser assunto
dimane il tempo è stabilito apunto.

207

Poiché 'l tuo nobil ceppo andò sotterra
senza succession di germe alcuno,
nacque lite nel regno e sorse guerra
ché d'usurparlo pretendea più d'uno.
Chi di qua, chi di là l'orfana terra
diessi con l'armi ad occupar ciascuno,
e ciascuno aspirando al sommo seggio
contendean fra sestessi il bel maneggio.

208

Ma per fuggir le sanguinose risse
ebbero al tempio mio ricorso allora,
dove:" Poich'è pur ver (l'oracol disse)
che 'l più bel nume il bel paese adora,
se sì importante elezzion seguisse
in suggetto non bel, giusto non fora.
Eleggete il più bello!" E qui concordi
quetaro in un parer lire discordi.

209

Ma poi qual per beltà fusse il più degno
perché gran disparer venne fra tutti
e chiedeano da me pur qualche segno
per conoscere il bel dagli altri brutti,
dal'oracolo istesso a por del regno
la corona in mia man furono instrutti:
"Colui che di mia man potrà levarla
dee poi, come più bello, anco portarla."

210

Io risposi così veggendo questa
la miglior via che ritrovar si possa,
per far che sola allor sia la tua testa
ala corona vedova promossa;
laqual nel dì dela sollenne festa
per altra man di man non mi fia scossa
che per la tua che, se mi tolse l'alma,
ben le si dee d'ogni altro onor la palma.

211

Or tutti uniti in assemblea si sono
quei che 'l sovrano arbitrio hanno in balia
per essaltar colui solo al gran trono
che 'l più bello da lor stimato sia.
Pubblicato ha di ciò la Fama il suono,
già di Persia vi tragge e di Soria
gioventù concorrente, e del'editto
il mattino che segue è il dì prescritto.

212

Diman su 'l primo albor, tosto che spunta,
vivo sol di quest'occhi, il sol novello,
vo' che tu tene vada in Amatunta
dove s'aduna l'elettor drappello.
Abbagliata e confusa ala tua giunta
cederà la beltà d'ogni altro bello,
in quella guisa pur che ceder suole
lo splendor dele stelle ai rai del sole.

213

Soletto là senza corteggio intorno
ten'andrai pien d'una sprezzata asprezza.
Altri conduca entro 'l real soggiorno
pompa di servi e d'abiti ricchezza.
Vattene tu non d'altri fregi adorno
che di tua propria e natural bellezza,
che rozzezza, incultura o povertate
non si trova giamai dov'è beltate.

214

Anch'io, non ti turbar, celeste guida
teco verronne e compagnia divina
pertutto e sempre ufficiosa e fida,
o tu vada o tu stia, m'avrai vicina.
Non pensar ch'io da te mai mi divida
voglimi cacciatrice o peregrina;
che seben ne languisco e ne sospiro
diletta apar di te cosa non miro.

215

Del'impero paterno il bel possesso
ch'a te perviene e di ragion si deve,
senza contrasto alcun ti fia concesso:
così prometto e vo' che 'l veggia in breve.
Il mio favor che ti fia sempre appresso
ogn'intoppo farà facile e lieve,
siché sarai per successor del regno
riconosciuto ad infallibil segno.

216

E finché s'apra la prigione oscura
che tra' suoi ceppi l'anima incatena,
onde volando fuor renda a natura
la spoglia corrottibile e terrena,
vivrai, più ch'altro re, lieta e secura
nel bel reame tuo vita serena.
Poi le cose non nate a durar sempre
non ti meravigliar se cangian tempre.

217

Stagion verrà ch'ai greci re fia tolto
questo terren da' Tolomei d'Egitto;
ma loro il ritorrà non dapoi molto
dela donna del Tebro il braccio invitto.
E bench'Antonio in dolci nodi involto
e di strale amoroso il cor trafitto,
a Cleopatra sua fia che 'l conceda,
tornerà quindi apoco a Roma in preda.

218

Ma quando poi la monarchia cadente
tramonterà del gran valor latino,
sotto il presidio loro in oriente
l'avranno i successor di Costantino;
infinché d'armi e di guerrier possente
con numeroso essercito marino
ad espugnar ne venga il bel paese
il disgiunto dal mondo estremo inglese.

219

Né d'anni correrà lungo intervallo
che l'acquisto occupato e posseduto
da Riccardo il Brittanno a Guido il Gallo
per un titol real sarà ceduto.
Con quiete maggior questi terrallo
e così fia da' suoi sempre tenuto,
finché 'l crudo german l'armi non stringa
e del sangue fraterno il ferro tinga.

220

Ma punito dal ciel questo spietato
darà le pene del malvagio eccesso,
quando movendo il suo navilio armato
l'avrà Liguria in fiera pugna oppresso,
onde sarà del vincitor senato
prigionier prima e tributario appresso,
fatto ala pompa del trionfo ostile
miserabil trofeo, spoglia servile.

221

Veggio, quasi ruscel di questo fonte,
sorger d'un figlio ancor prole novella,
che dala terra delo dio bifronte,
dove nato sarà, Giano s'appella.
Questi con debil forze e voglie pronte
tenta opporsi al furor del fier Melchella,
ma poiché vinto e preso altro non pote,
con oro alfin la libertà riscote.

222

Ecco poscia Giovanni in maritaggio
ad Elena la bella io veggio unito;
Elena, nata del real legnaggio
che 'n Bizanzio lo scettro ha stabilito.
Ecco Ciarlotta sua che fa passaggio
a nove nozze ed a miglior marito:
poiché la parca il primo nodo allenta,
di Lodovico il zio sposa diventa.

223

E Lodovico con guerriera mano
ne scaccia fuor l'usurpator bastardo,
loqual poi dal poter del gran soldano,
quasi risorto Anteo, fatto gagliardo,
tornando al nido, onde fuggì lontano,
fuga, rompe, sconfige il savoiardo
e 'l regno intero a racquistar ne viene
ch'al dominio ligustico s'attiene.

224

Per confermarsi con più stabil sorte
lo scettro in mano e la corona in testa,
d'Adria prende costui nobil consorte,
ma non molto però gode di questa.
Ella, dal giogo suo sciolta per morte,
vedova insieme gravida ne resta
e partorisce intempestivo pegno
ond'a Venezia poi ricade il regno.

225

Con strage alfin cui non fia pari alcuna
lo spietato Ottomano a forza il prende.
Vedi quanto alternar sotto la luna
così lo stato uman varia vicende.
Solo per te non girerà Fortuna,
Fortuna, ch'altrui dona e toglie e rende,
ch'Amor con l'aureo stral per farla immota
inchioderà la sua volubil rota. –

226

Risponde Adone e fise intanto tiene
in lei le luci affettuose e pie:
– O dea, gloria immortal dele mie pene
e pena eterna dele glorie mie,
orgoglio tal da tua beltà mi viene
che non cerco regnar per altre vie.
Fortunato è pur troppo il mio pensiero
che di tanta ricchezza è tesoriero.

227

Più non presumo, i miei desir desio
d'altrui signoreggiar non signoreggia.
Ambizion non nutre il petto mio,
siché per grado insuperbir ne deggia.
Finch'essali lo spirito vogl'io
che solo il grembo tuo sia la mia reggia.
Se 'l regno di quel cor che mi donasti
conservato mi fia, tanto mi basti.

228

Altri con l'armi pur seguendo vada
schiere nemiche e pace unqua non aggia.
A me l'arco e lo stral più che la spada
giova e mostri cacciar di piaggia in piaggia.
Più che la reggia il bosco e più m'aggrada
che l'ombrella real, l'ombra selvaggia.
Se vuoi servi e vassalli, ecco qui tante
suddite fere e tributarie piante.

229

Per questa vita, e credimi, ti giuro,
nulla mi cal di porpore o tesori.
Sazio del poco mio, sprezzo e non curo
l'oro adorato e gl'indorati onori.
Né vo', solché di te viva securo,
altre gemme più fine, altr'ostri, altr'ori,
di quegli ori e quegli ostri e que' rubini
onde ingemmi le labra, indori i crini.

230

è bello sì, non può negarsi invero,
dell'impero e del regno il nome e 'l pregio,
ma l'incarco del regno e del'impero
l'onor ragguaglia imperiale e regio.
Tra catene gemmate è prigioniero
chi di scettro e diadema ha pompa e fregio;
giogo che dolce in vista, aspro e protervo
rende il suo possessor publico servo.

231

Quell'altezza real, quel seggio augusto
di molle seta e di purpureo panno,
che 'n magion ricca e spaziosa ingiusto
preme sovente e tumido tiranno,
è di più rischi e più flagelli onusto
che di povero tetto ignudo scanno,
e quelch'agli occhi altrui par sommo bene
è l'infelicità di chi l'ottiene.

232

Pungono il dubbio cor di chi governa
di perpetuo timor spinose cure;
e benché rida l'apparenza esterna
non son le gioie sue sincere e pure.
Passa i dì chiari in un'angoscia eterna,
vegghia in lunghi pensier le notti oscure.
Sempre tra piume molli e mense liete
o la fame gli è rotta o la quiete.

233

False relazion, dubbi consigli,
insidie occulte, immoderate spese,
di popoli incostanti ire e scompigli,
di domestici servi odi ed offese,
risarcir danni, riparar perigli,
contrattar paci, essercitar contese,
questi son d'ogni principe sublime
gli acuti tarli e le mordaci lime.

234

Quanto s'inalza più, più d'alto scende
la fortuna de' grandi ala caduta;
e regnando talora anco si prende
in tazza d'or mortifera cicuta.
L'anima mia, cui miglior brama accende,
sorbir altro velen sdegna e rifiuta
di quel dolce e vital, che senza inganno
i tuoi lumi innocenti a ber mi danno.

235

Quant'or tra le lucenti e bionde arene
volge in India, in Iberia il Gange, il Tago,
quanto n'accoglie Scizia entro le vene,
quanto Mida ne fè cupido e vago,
non mi torrà di braccio unqua al mio bene,
sì di modesto aver l'animo appago.
Rapir non mi potrà tanto tesoro
giamai fame d'onor, né sete d'oro.

236

Pur voler mi convien ciò ch'a te piace,
moderatrice d'ogni mio pensiero.
Guardimi il ciel ch'io di disdirti audace
ti neghi nel mio cor libero impero. –
Così favella e la ribacia e tace
il fanciul lusingato e lusinghiero
e s'apparecchia insu la prima uscita
del mattutino raggio ala partita.

237

Fornito intanto il suo camin ritondo,
Febo nel mar d'Esperia il carro immerse.
Sorse fosca la notte e 'l pigro mondo
sotto l'ali pacifiche coverse.
Chiuse sonno tranquillo, oblio profondo
mill'occhi in terra e mille in ciel n'aperse;
forse fur di que' duo le luci belle
che, spento il sole, illuminar le stelle.







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